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INTERVENTO PER IL 60° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE - Ricevimento Provincia di Bologna

25 aprile 2005

Carissimi amici partigiani, caro Sindaco, autorità tutte,
sono davvero molto lieta di fare gli onori di casa nel tradizionale ricevimento organizzato dalla Provincia di Bologna, come ogni 25 Aprile. Un ricevimento voluto dal primo presidente Roberto Vighi.

Un momento davvero speciale, sentito e apprezzato da tutta la comunità bolognese, che stringe idealmente in un abbraccio tutte le persone che sessant’anni fa misero in campo i propri sogni, le proprie speranze, il proprio coraggio e la propria sete di giustizia per garantire a tutti noi un futuro.

Un futuro che è divenuto nell’esercizio della democrazia, un futuro di pace, di prosperità, di relazioni, di modernità, di solidarietà, di cooperazione. Tutte parole che non avevano cittadinanza e non l’avrebbero avuta se non ci fosse stato quel 25 Aprile.

Il fascismo e il nazismo, la violenza che produssero, erano il modo per garantire privilegi al prezzo tremendo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Contro chi parlava di razza eletta, di arianesimo, contro chi teorizzava la guerra, l’oppressione, l’espansionismo come mezzo di affermazione di un popolo, gli antifascisti ebbero il coraggio di contrapporre la forza impetuosa di beni immateriali quali la solidarietà umana, la libertà come valori universali, indivisibili ed indiscutibili, fondamento di una comunità civile e politica.

Su questa tensione morale, sull’ insopprimibile desiderio di giustizia, è sorta la Resistenza, su questa speranza, che a tratti sembrò illusione sotto il peso della carneficina nazista, è nata una reale unità di popolo alla quale parteciparono cittadini di ogni genere, uomini, donne, ragazzi, militari, religiosi.

A questa condivisa tensione morale, a questo afflato di speranza quando tutto sapeva di disperazione, che ha saputo unire culture, sensibilità, personalità anche molto differenti, sono riconducibili gli scioperi eroici del marzo ’43 e del ’44 in cui gli operai sfidarono le SS nonostante il rischio della deportazione, la resistenza dei militari dopo l’armistizio, le azioni dei partigiani nelle montagne e nelle campagne.

La divisione Acqui a Cefalonia, le divisioni Granatieri e Piave a Roma, l’eroismo di tanti Carabinieri come la medaglia d’oro Salvo D’Acquisto, i fucilati a Fossoli e alle Ardeatine, gli impiccati, i massacrati nelle piazze, i 70.000 deportati, la strage di Marzabotto.

Luoghi,numeri che portano con sé il senso profondo della tragedia e sono il bilancio drammatico della riaffermazione del diritto al futuro, prima ancora che all’autogoverno, alla democrazia, al rispetto del mondo intero.

A sessant’anni di distanza resta vivo non solo il ricordo, ma la testimonianza che ha saputo farsi promotrice di una profonda solidarietà umana. Solidarietà con tutte le donne e gli uomini che combattono contro le discriminazioni, le oppressioni, il razzismo, contro l’assurda logica della guerra di civiltà.

L’Europa, negli anni tremendi dell’occupazione nazista, fu la cavia sulla quale si tentò di sperimentare il più barbaro disegno di dominio dell’uomo sulla sua stessa dignità.
Oggi l’Europa è quello straordinario spazio di pace che conosciamo, in cui i nostri giovani sono chiamati a vivere, a cooperare, a sperimentare la libertà.

L’insegnamento che abbiamo tratto dagli orrori della Seconda guerra mondiale ci ha assicurato un lungo periodo di pace, non estraneo purtroppo divisioni e totalitarismi che ne hanno danneggiatola credibilità. Oggi in Europa come in Italia è nostro impegno dare attualità a questo lungo e complesso percorso che ci ha portato alla democrazia.

Per farlo è necessario dare una lettura univoca della storia. Bisogna distinguere la storia dalla memoria. La storiografia deve separare le memorie, legittimamente plurali e diverse, dalla storia. Quella è e deve rimanere una, senza nessuna possibilità di comodi revisionismi, senza alcuna incertezza.

La liberazione porta con sé il tema della libertà. La libertà, il suo significato, mai banale. Parlare oggi di libertà può apparire a prima vista superfluo. Oggi non sono all’orizzonte, almeno in Europa, totalitarismi, guerre, lager.

Tuttavia il tema della libertà, della sua piena espressione si pone oggi nell’era della globalizzazione in tutta la sua attualità.

Vi sono dei fenomeni preoccupanti in atto che possono essere una minaccia alla piena libertà della persona umana. Da un lato vi è un processo di omologazione, di strumenti, di modi e ritmi di vita, che tende a lasciare sempre meno spazio alla persona, alle sue scelte, alle sue peculiarità. Dall’altro vi è un fenomeno uguale e contrario, ma allo stesso tempo complementare. Siamo di fronte ad una società sempre più parcellizzata, fatta di compartimenti stagni che fra loro non comunicano. In questi la persona è lasciata in una pseudo libertà che è solitudine, individualismo sfrenato fine a sé stesso, assenza di regole.

Ho letto recentemente un libro di un educatore, Francesco Berto, che ha condotto una ricerca sul tema della libertà: un insegnante che ha chiesto ad alcuni bambini un pensiero sulla libertà. Ecco alcune risposte “Libertà, quando mi fai sentire che sono solo, senza nessuno che mi veda, senza nessuno che mi protegga, senza nessuno che mi voglia, libertà io ti odio perché non sei libertà” e ancora “Libertà, sei l’azzurro mare d’estate, sei la matta voglia di tuffarmi, sei la paura di annegare, sei l’immenso bisogno del papà vicino”.

Sono parole bellissime, straordinarie che esprimono in forma immediata e genuina il senso della libertà, che non è mai vuoto totale né arbitrio totale, ma è nel rapporto dialettico tra l’altro da me, e i miei bisogni, pulsioni, desideri, lo sviluppo della mia vita.

Oggi dare gambe alla libertà vuol dire fare comunità, recuperando il senso di un cammino comune, di legami forti, di valori condivisi. Oggi, come allora, la libertà non è tale se non è in relazione con gli altri.

Vi è questo splendido insegnamento nell’esperienza della lotta partigiana: libertà non è solo poter fare ciò che si vuole. La dimensione collettiva della libertà è subito emersa nei pensieri e nelle azioni dei padri della nostra Repubblica.

Quella libertà conquistata ha avuto la necessità di darsi regole, incarnate nella nostra Carta Costituzionale, regole di convivenza civile, di rispetto, di uguaglianza. In quelle parole vi è il segno di libertà che supera i confini del singolo e si fa cultura diffusa attraverso l’affermazione dei diritti.

La pari dignità sociale di tutti i cittadini, il diritto allo studio, il diritto ad una salute per tutti sono i fondamenti di quella libertà. Diritti individuali e collettivi che chiedono continuamente una rinnovata azione riformatrice che li renda disponibili davvero a tutti i cittadini e li finalizzi ad una sempre maggiore giustizia sociale.

A questi oggi si affiancano nuovi diritti che debbono rispondere alla complessa organizzazione della società moderna. Si parla sempre di “generazione “ di diritti facendo riferimento appunto al sorgere di nuove necessità a cui debbono corrispondere nuove risposte. Questo non ci deve però ingannare. Non si tratta di sostituire ai vecchi diritti i nuovi, condannando di fatto i primi alla obsolescenza.

Il mondo dei diritti vive di accumulazione, non di sostituzioni in un procedere il più possibile spedito verso la piena realizzazione della dignità di tutte le persone.

Dobbiamo tutti noi, come cittadini, come amministratori, operare per realizzare il programma sociale, nato in quegli anni, dare completa realizzazione alla nostra Costituzione, e rinnovare quotidianamente, così facendo, il patto di identità tra il popolo e lo Stato.

Dobbiamo farlo combattendo le ingiustizie, i privilegi, lavorando alacremente alla realizzazione piena di una collettività di donne e uomini liberi. Così si combatte l’egoismo e la disumanità alla base di vecchi e nuovi fascismi.
E queste cose sappiamo bene che non si ottengono facilmente: occorre battersi, occorre conquistarle con l'impegno di ogni giorno come hanno fatto i partigiani sulle montagne, quelli che si sono battuti in città, nelle fabbriche, i militari che hanno partecipato alla lotta di liberazione: un impegno civile che deve continuare con il contributo delle giovani generazioni, con il loro impegno politico, che è la continuazione delle battaglie di allora.
La lotta di Liberazione, la nascita della nostra Repubblica non sono pezzi da museo. Appartengono alla nostra vita e sono l’elemento fondante dell'impegno civile di ogni giorno, che anche in questo sessantesimo rinnoviamo con convinzione.





 






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