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60° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DI BOLOGNA - Consiglio congiunto, Palazzo Malvezzi

20 aprile 2005

L’evento della Liberazione è stato uno snodo forte e complesso. Da un lato la consapevolezza piena di ciò che ci si stava lasciando alle spalle. Dall’altro la speranza di un futuro di rinnovamento e di rifondazione sia del Paese, sia della vita di ognuno.

È in certo modo sconvolgente per noi, oggi, l’afflato di speranza e la forza con cui dopo tanti orrori la società italiana tutta ha saputo risollevarsi e concentrarsi su una ricostruzione che non solo riguardava aspetti di vita quotidiana, ma che ha investito le basi della struttura statale e sociale d’Italia, del complesso legislativo, delle dinamiche e delle relazioni tra i cittadini e tra i cittadini ed il loro governo.

Il momento storico era profondamente originale, perché la lotta di liberazione è stata la svolta fondamentale nel rapporto tra i popoli europei ed il concetto di potere ed amministrazione del potere. Dall’esperienza della Resistenza partigiana, militare e civile su scala europea sono nati gli anticorpi alla prevaricazione come metodo, alla divisione in caste della società, alla violenza come soluzione di opposti pensieri.

Questa esperienza di eccezionale sofferenza è germogliata in Italia nella scelta della Repubblica come ordinamento dello Stato e nel lavoro ardente dell’Assemblea Costituente, chiamata dagli elettori a dare una struttura a questa svolta fondamentale.

E proprio in virtù dell’originalità del momento storico in cui la nostra Carta costituzionale è stata elaborata e quindi promulgata, credo che nei suoi articoli principali e nei suoi enunciati fondamentali sia ancora oggi valida e pienamente attuale.

Per capire lo spirito di quei giorni, vorrei qui citare solo alcuni brevissimi passaggi dai verbali della Costituente. Sin dal principio vi si trovano le linee guida e le speranze per il lungo dibattito che avrebbe portato alla redazione ed approvazione della Carta costituzionale.

Nota il Presidente Orlando nel saluto all’Assemblea Costituente, che “il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta” e che “il popolo italiano è sovrano (…) l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino”.

Anche il Presidente del Consiglio De Gasperi sottolinea come nella neonata Repubblica italiana operano “le tendenze universalistiche del Cristianesimo, quelle umanitarie di Giuseppe Mazzini, quelle di solidarietà del lavoro, propugnate dalle organizzazioni operaie.”

Proprio nella consapevolezza di questa realtà si compie il recupero ed il rinnovamento della tradizione di giustizia e libertà che venti anni di dittatura non avevano potuto cancellare e nemmeno sopire.

Ma accanto ad echi antichi e noti alla storia ci sono anche le voci più umili ma altrettanto fondamentali delle donne e degli uomini che hanno lavorato e sofferto – anche fino al sacrificio della vita – per giungere a quel risultato di libertà ed unità di cui godiamo da allora.

Un insieme di posizioni che oggi siamo tentati di considerare avversarie e inconciliabili, mentre dalla loro armonica alchimia è nata nei primi anni del dopoguerra il fondamento morale ed etico, prima che strutturale, del nostro Paese.

Anzi, i Presidenti dell’Assemblea sottolineano ancora la responsabilità dei singoli eletti di fronte al popolo elettore, e li esortano a sentire “l’immensa dignità della [loro] missione (…): dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà”.

Ed essi tennero fede a queste indicazioni, rendendoci una costituzione eccellente e lungimirante, per la quale non possiamo stancarci di ringraziarli.

Come disse don Giuseppe Dossetti nell’intervento all’Abbazia di Monteveglio del 16 settembre 1994: “alcuni principi fondanti della nostra Carta [sono] tuttora adeguati ai bisogni e ai caratteri della nostra società di oggi e a quelli che si intravedono per il futuro”.

Si riferiva alla “unità ed indivisibilità del popolo italiano”, affermate nell’articolo quinto. In esso vi è la consapevolezza delle differenze presenti nel territorio, assieme a un inquadramento ben preciso del diritto all’autonomia locale all’interno di una irrinunciabile cornice unitaria.

Nella Liberazione, gli italiani si sono scoperti uniti. Una “coesione nazionale, etnica, culturale e sociopolitica” – continuava don Dossetti.
Credo che questa fondamentale scoperta non possa dirsi sorpassata oggi e non può essere diminuita da calcoli economici, politici o tanto meno sostenuta da modalità di pensiero che furono bandite dall’articolo terzo, nelle parole “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

E ricordo che l’articolo quarto afferma che ogni cittadino deve concorrere, “secondo le proprie possibilità e la propria scelta (…) al progresso materiale o spirituale della società”.
Si afferma così una responsabilizzazione di ognuno nei confronti di tutti gli altri cittadini, ognuno nella sua persona e nella propria funzione.

Non si affievolisca oggi questo senso di comunione!

L’isolamento del singolo individuo va, infatti, contro l’eredità lasciataci dalla Liberazione e costituisce un regresso, un passo indietro e controcorrente rispetto alla strada che ha portato alla fine della seconda guerra mondiale.

Credo che l’attuale momento storico richieda ancora uno sforzo come quello attuato sessanta anni fa, sebbene le circostanze possano dirsi ben diverse. Forse sarebbe un buon inizio riscoprire le ragioni di allora e soprattutto i toni e le istanze che diedero vita ad una così nobile concezione di democrazia quale è espressa dalla nostra Carta costituzionale: nell’ordinamento statale come nella distribuzione dei servizi alla persona e nella tutela della famiglia, della maternità e dell’infanzia. Solo con uno spirito di tale impegno e dignità possiamo riaccostarci alla Costituzione e riflettere sui possibili e necessari rinnovamenti da attuarvi.

Ricordando il lungo periodo di prevaricazioni, umiliazioni e violenze da cui uscivano eletti ed elette all’Assemblea Costituente, ben si comprende la forza delle parole che si pronunciarono. Ma oggi questo richiamo forte alla responsabilizzazione degli uomini e delle donne che hanno ruolo politico e di amministratori mi sembra la giusta celebrazione della Liberazione d’Italia.

Continuare a sostenere le ragioni che portarono alla liberazione e che furono alla base della Carta costituzionale non deve essere inteso come un nostalgico e poco produttivo sguardo al passato. Al contrario, dobbiamo sollecitare questi momenti di riflessione per sottolineare e comunicare a tutti i cittadini i principi e le istanze che, modernissime nel 1946, ci possono ancora oggi indicare la strada nella vita politica, nel lavoro, nella quotidianità.

Vogliamo, quindi, rinnovare la fiducia e la fedeltà alle istanze che nacquero da un’esperienza, quella della seconda guerra mondiale, della lotta di resistenza e di liberazione, che ha così profondamente segnato le coscienze da informare tutti i sessanta anni successivi.

Vogliamo soprattutto avere fiducia nelle tendenze che hanno preso parte alla rifondazione del nostro Paese, tutte insieme e nessuna esclusa, e celebrare lo sforzo che fecero i Padri costituenti, sotto lo sguardo attento degli italiani.

Credo che questo possa essere un modo eccellente di celebrare il 21 aprile bolognese ed il 25 aprile di tutti gli italiani.
Sicuramente è il modo migliore per ringraziare chi ha combattuto perché potessimo oggi essere qui tutti insieme, amministratori e cittadini, nell’esercizio della democrazia.

Vorrei sottolineare, in conclusione, che queste occasioni di celebrazione congiunta degli enti locali, alla presenza di tante autorità e dei cittadini, concretizzano l’auspicio dell’Assemblea Costituente per una democrazia che “si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare” ed essa assume un “volto umano”.





 






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