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INTERVENTO AL CONVEGNO "LA CITTA' DEGLI ANZIANI"

30 novembre 2005

La provincia di Bologna è una delle più anziane d’Italia e del mondo: una persona su 5 ha più di 65 anni e una su 10 ne ha più di 75, e la tendenza all’invecchiamento della popolazione è destinata ad accentuarsi, dato che ci si aspetta che nel giro di poco più di 10 anni il numero di ultrasessantacinquenni aumenti di almeno 27.000 unità . Questa situazione fa sì che Bologna e l’Emilia Romagna in generale rappresentino un paradigma del futuro demografico italiano, dato che il resto del paese si prevede raggiunga lo stesso indice d’invecchiamento soltanto fra dieci o quindici anni.

Il tema dell’età anziana è da considerare da un duplice punto di vista: da un lato vi è la straordinaria opportunità, in termini culturali, sociali e di trasmissione dei saperi, costituita dal progressivo allungarsi delle aspettative di vita delle persone, dall’altro vi è la necessità di immaginare una rete di servizi e solidarietà, capace di porre le basi per un’assistenza di qualità di fronte ai problemi della solitudine, dell’emarginazione sociale e della non autosufficienza, pena la crisi dell’intero sistema.

Questa crisi, spesso usata come argomento per sostenere la necessità di privatizzare i servizi, può essere scongiurata e anzi trasformata in opportunità se governata con attenzione e consapevolezza, valorizzando il “capitale sociale” rappresentato dagli anziani, ripensando i servizi e il territorio, e attivando tutte le possibili collaborazioni fra le risorse di cui esso dispone.

Si tratta di non affrontare il tema della terza età in termini solo emergenziali, semplicemente come una irrisolta criticità. E’ necessario ripensare all’intero sistema comunitario adeguandolo alle richieste di vita dei suoi componenti, di tutti, nessuno escluso.

L’anziano, il vecchio come risorsa è una immagine che un tempo era da tutti riconosciuta e valorizzata. I contrasti, anche aspri, che hanno caratterizzato negli anni il rapporto fra generazioni, trovavano sempre un limite e talvolta un punto di ricomposizione nel riconoscimento della figura del nonno, del suo portato di saggezza ed esperienza.

Sarebbe inutile ora nascondere che in questi ultimi 20 anni si è manifestata una tendenza uguale e contraria che ha sospinto gli anziani ai margini, quando non addirittura fuori, della comunità sociale dei nostri giorni. Si è affermato il culto di un segmento piccolo della nostra società, quello apparentemente più vitale ed economicamente efficiente. Tutti gli altri sono stati marginalizzati.

I troppo giovani e i troppo vecchi.

Ne emerge una immagine stereotipata della società moderna con giovani a cui vengono allungati sempre di più i tempi di quella che una volta si chiamava “gavetta” e persone adulte che troppo presto vengono distolte dalla centralità della loro funzione economica e sociale e posti al di fuori della comunità che produce idee, beni, relazioni.

Lo spazio per una vita attiva al servizio della comunità è oggi sempre più ridotto.
Così si perde o si marginalizza una parte importante della nostra società: le persone mature ed anziane.

E’ necessario mettere in discussione questo modello. E’ necessario riproporre, con la capacità di dare risposte alle novità intervenute, un modello che valorizzi tutte le età della vita, ognuna con le sue specificità e i suoi problemi, ognuna in relazione con le altre, che metta in condizione tutti ed ognuno di dare il meglio di sé.

Per fare questo credo sia necessario partire dal nucleo fondamentale di ogni società: l’ambito familiare, che può e deve essere il luogo dello sviluppo della persona, della solidarietà, della coesione sociale, il luogo dove affermare il valore che ogni età porta con sé, il luogo delle solidarietà e degli affetti.

Dalle relazioni, che qui si consolidano, è possibile portare nella società questa idea rinnovata di comunità che procede insieme, a prescindere dall’età dei suoi componenti, e facendosi carico di ognuno di loro.

E’ necessario poi che si affianchi a tutto ciò una rete di altri soggetti, pubblici e privati, che possa immaginare e definire un progetto per la comunità, per l’affermarsi di quel welfare comunitario che diventa fondamentale se parliamo di anziani.

Penso ad una rete che metta a sistema le migliori energie dei Comuni, delle strutture socio-sanitarie, del volontariato sociale, delle Ipab e delle Fondazioni, cui guardiamo con rinnovato interesse. In questo quadro, alla Provincia spetta innanzitutto realizzare, promuovere e coordinare quello che può e deve essere fatto sul suo territorio, sotto i diversi aspetti dell’organizzazione dei servizi, del controllo e della prevenzione delle situazioni di rischio (fragilità), e della promozione della qualità della vita.

Per queste ragioni, forte di questo ruolo, la Provincia di Bologna ha deciso di promuovere un Piano d’azione per la popolazione anziana.

Un piano per governare il fenomeno dell’invecchiamento, dunque, deve agire su tre fronti
- l’organizzazione dei servizi
- la tutela delle persone in condizione di fragilità, ossia il controllo e la prevenzione delle situazioni di rischio
- la promozione della qualità della vita e (di conseguenza) della salute.

Un piano provinciale non deve sovrapporsi o sostituirsi ad altri interventi, ma essere commisurato alle competenze e alle possibilità di un’amministrazione provinciale, e alle risorse di cui può favorire l’attivazione e il coordinamento sul territorio.
Un piano provinciale che mira a consultare dei principali attori istituzionali e sociali per fare emergere criticità, proposte, disponibilità, funzionale sia ad una ricognizione dell’offerta e delle risorse del territorio, sia a non duplicare interventi, valorizzando quelli esistenti e favorendo la collaborazione e l’integrazione. L’obiettivo è l’elaborazione di un piano dettagliato e di forme di collegamento fra piani e azioni di soggetti diversi.
Affianco a ciò sarà fondamentale prevedere lo sviluppo di strumenti di verifica dell’attuazione e dei risultati del piano, e la previsione di modalità di rielaborazione e adattamenti del piano stesso.

Un lavoro che non nasce dal nulla ma che muove da un consolidato importante che sono le azioni per la popolazione anziana nei piani di zona.

Azioni significative tese a sostenere i care givers, a consolidare nuove forme di residenzialità assistita, favorendo la partecipazione e la vita sociale degli anziani. Tutto ciò nell’ottica di valorizzare le persone anziane come portatori di autonomia e di capacità che vanno sostenute e sviluppate al fine di prevenire l’isolamento e la non autosufficienza.
E’ necessari nel mettere in atto nuove risposte a nuovi problemi ed istanze poste dagli anziani sviluppare la capacità di diversificare le risposte assistenziali, garantendo agli anziani un approccio socio assistenziale globale ed integrato in cui siano chiari ed evidenti i punti di riferimento, le azioni e le strutture.

Un lavoro che intreccia anche l’esigenza di favorire la domiciliarità. La possibilità di trascorrere gli ultimi anni nella propria casa è un’esigenza fortemente sentita dagli anziani. La tendenza generale è di favorire il più possibile la permanenza dell’anziano al proprio domicilio, attraverso l’assistenza domiciliare e gli assegni di cura.
I servizi che sostengono la permanenza dell’anziano al proprio domicilio hanno conosciuto negli ultimi anni un forte sviluppo, e sono generalmente i più richiesti dagli anziani stessi nel momento in cui presentano domanda di assistenza medica.

Ma le azioni che la Provincia e gli altri soggetti pubblici e privati possono e debbono mettere in campo si renderanno più efficaci di fronte ad un cambiamento culturale sul tema degli anziani. E’ì cambiato il modello della nostra società con cui è necessario fare i conti: si è passati in meno di 50 anni dal modello “gioventù breve, lunga vita adulta attiva, breve vita anziana inattiva” al modello del tutto opposto “lunga gioventù di preparazione e svezzamento che tende a non finire mai, breve e spesso interrotta vita attiva adulta, lunga vita anziana potenzialmente attiva”.

La crescita delle aspettative di vita si presenta troppo spesso sotto forma di problema. Senza voler negare l’insorgere di criticità, su tutta la non autosufficienza, legate all’allungamento della vita, io credo debba essere sottolineata di più e meglio la straordinaria opportunità che oggi ci è data.

Vivere a lungo deve essere motivo di gioia, di vitalità di una società. Per fare questo è necessario intervenire sulle criticità, con decisione e pragmatismo e allargare così il ventaglio delle opportunità della vita.

Una vita più lunga e di qualità è il presupposto di una accresciuta compresenza fra le generazioni nella nostra società. Un elemento che deve favorire il dialogo intergenerazionale, deve far riscoprire “la saggezza dei vecchi” alle nuove generazioni.

Perché se perdiamo la memoria non abbiamo futuro, e il presente si riduce ad uno sforzo disperato e privo di senso per restare sulla cresta dell'onda.

Le fasi della vita sono diverse, ma non per sé stesse, bensì come modi di un’identità unica e ricorrente. Ogni fase esiste in funzione della totalità e di ciascun’altra fase.

Dentro a questa considerazione, è da contrastare l’immagine della vecchiaia come quella dell’età declinante, che rischia di viversi soltanto come perdita.

Il vecchio viene frainteso nella figura negativa del non più giovane, del non più efficiente. La conseguenza di tutto ciò è che dalla rappresentazione odierna della vita sono assenti i valori della vecchiaia: la pazienza, la saggezza, la capacità di discernimento e di giudizio.

Questo oggi è sempre più vero. Si è assunto a modello della vita una sola fase di essa: la giovinezza a cui è più semplice ricondurre idee come il consumo, la bellezza, il denaro.

Oggi le ragioni del profitto, della efficienza e della competitività rischiano, assunte come fine, di stritolare le ragioni della solidarietà e del bene comune, in particolare nei confronti delle persone più anziane.

Ne deriva il misconoscimento della vecchiaia: il fatto che l’uomo diventa vecchio viene rimosso, e nasce l’immagine idealizzata dell’uomo e della donna che hanno sempre vent’anni. Una raffigurazione tanto stolta quanto vile.

L'impreparazione ad affrontare le questioni relative alla crescita della popolazione anziana è innanzitutto culturale.

E allora è necessario lavorare su un duplice fronte: un lavoro di educazione alla terza età, a quello che vuole dire, ai suoi bisogni , alle risposte che si rendono necessarie e lavoro sistematico sul piano dei servizi. Servizi che debbono essere moderni, commisurati sulle persone e le loro aspettative di vita di qualità.

E’ necessario un nuovo approccio per affrontare l’invecchiamento della popolazione, un approccio integrato che affronti i problemi del welfare, dell’abitare, del vivere, delle cure, dei servizi. Più che ad azioni mirate per gli anziani occorre pensare a politiche che possano garantire a tutti, a tutte le età, una partecipazione attiva alla vita sociale: bisogna sì sviluppare la rete dei servizi, ma anche ripensare nel suo insieme ciò che incide sulla qualità della vita.

Perché, come dice Goethe, non si cammina solo per arrivare, ma anche per vivere mentre si cammina. Questo è quello che i nostri anziani debbono poter fare, vedendo accompagnate le loro richiesta di vita e di vita di qualità, dal nostro impegno e dalla nostra condivisione.
Grazie.



 






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