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CONVEGNO "LA RIFORMA DELLA POLITICA"
8 giuggno 2007
Anche se strutturato in due tempi è evidente l’unitarietà del convegno, che ha alle spalle un percorso di mesi e che si realizza in un momento particolarmente attento e surriscaldato su questi temi.
Non ho alcun contributo tecnico da dare, piuttosto vorrei esprimere alcune riflessioni che penso c’entrino con il tema generale: “La riforma della politica”.
Veramente, ancor più che in altre occasioni avrei voglia di silenzio, produttivo, ma di silenzio perché la sensazione è che ancora una volta si affidi alle parole la soluzione dei problemi e che tra un po’ l’onda rientri avendo risucchiato pochi rifiuti, in più aggiungendo frustrazione.
Rispetto al dibattito in corso, di cui condivido la necessità, provo anche una sorta di fastidio, per alcuni motivi.
- Spesso chi denuncia e si scandalizza è o è stato nella condizione e con la possibilità di promuovere cambiamento e novità, avendo contribuito invece a consolidare ciò che viene adesso considerato intollerabile.
- Si stigmatizzano privilegi, condizioni, meccanismi, in genere in casa d’altri o comunque situazioni con caratteristiche di complessità, laboriosamente smontabili, e si glissa invece su questioni più feriali, più semplici da dipanare, visibili, in cui molti sono personalmente coinvolti (penso a ultrasettuagenari con brillanti curricoli nella politica, però ancora insaziabili di incarichi, alla presenza nelle assemblee elettive ai vari livelli di molti senza professione, a cui la politica ha l’onere di provvedere, alla collezione di presenze nei cda, all’obbligo ormai consolidato di risarcire chi ha subito una sconfitta elettorale, alla generale indisponibilità a scendere spontaneamente dalla giostra dei posti...). Mi parrebbero, queste faccende, rimediabili e con esiti di grande soddisfazione, subito, rispetto alle attese di cambiamento.
- Anche relativamente al nuovo che si vuole costruire siamo sotto il peso di un’elefantiaca forza di resistenza dei partiti al cambiamento, che rende gli apparati impermeabili sostanzialmente al rinnovamento del personale, alla istituzione di regole certe e democratiche di formazione interna della volontà politica, all’adozione di una cultura politica diversa.
E si risolvono i problemi entrando tutti nel coro che canta “Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più”.
- Anche la sponsorizzazione della categoria dei “tagli” può essere equivoca: si può accettare di tagliare solo ciò che non ha valore e se questo viene applicato genericamente alla politica, senza fare distinzioni, senza contestualmente recuperare un disegno/progetto, in base a cosa si potrà poi rilanciare la politica?
E se la politica continuerà ad essere considerata semplicemente come la gestione del potere,tagliare potrà magari solo significare restringere ulteriormente il numero dei garantiti/privilegiati e degli intoccabili, senza incidere sulla partecipazione.
- Se la stampa continuerà a rappresentare sostanzialmente anche per la politica il luogo privilegiato dello scambio di messaggi comprensibili solo per gli addetti, in cui il confronto è sostituito dall’intervista e le agenzie di stampa rappresentano la bussola dell’agire quotidiano non vedo filo per tessere la partecipazione vera e diffusa dei cittadini.
Espressi alcuni fastidi, ovviamente nessuno può sottrarsi all’esercizio delle responsabilità che ha come adulto, come cittadino, come amministratore.
A partire da una convinzione. Ad Alcibiade che lo interrogava sui requisiti per un buon governo, Socrate rispose: “Per te stesso devi prima conquistarti la virtù, tu o chiunque altro che voglia governare e prendersi cura non solo privatamente di sè e delle sue cose, ma anche della cosa pubblica e dei suoi affari”.
Il nostro modo di fare politica ha bisogno di cartine di tornasole di autenticità/verità.
- Ricordo la dichiarazione di un senatore americano qualche anno fa che motivò la sua scelta di non ripresentarsi alle elezioni del Senato perché “la politica si è rotta”, cioè si è rotto, guastato lo strumento: una critica radicale nei confronti di una politica sbagliata, perché non è più politica se non in una visione travisata. Sostanzialmente la rottura consiste nel fatto che il contenuto, la materia della politica, non è più l’interesse comune, ma l’interesse particolare di singoli e gruppi, mentre non deve essere lecito alla politica generare esclusioni ed esuberi, perché così revoca e nega l’universalità dei diritti oggetto del compito della politica. Se l’essenziale è il potere, allora la politica sarà dominata dall’unica preoccupazione: come conseguirlo e conservarlo. Se la politica è solo potere, il massimo del potere politico dei cittadini è ogni tanto andare alle urne, per dire chi deve esercitare questo potere. Se invece la politica viene riconosciuta come ciò che ciascuno fa per gli altri, se valorizza la libertà di ognuno, allora ridiventa in qualche modo patrimonio di tutti.
- Nei dibattiti e nelle proposte avverto assolutamente flebile e imbarazzato, addirittura percepito come demagogico il riferimento alla questione dei poveri, come questione centrale della politica. Progettare e guardare avanti con gli occhi degli ultimi mi sembra un dovere, al cui imperativo non so se siamo ancora molto allenati.
Nell’editoriale dell’ultimo numero de “I Martedì” Padre Garuti collega la descrizione dei poveracci che racimolano ciò che resta del mercato di Porta Portese prima che passino le macchine a lavare al commento di un giornale, tra le cartacce, sulle Assise - il giornale le chiama così - che daranno vita a un nuovo partito. Padre Garuti si chiede: nelle Assise chi pensa com’è Porta Portese dopo il mercato?
Chi pensa che mostrare a turisti una gamba amputata non è ritenuto per nulla lesivo della dignità di una persona?
62 anni fa tutta l’Italia era Porta Portese: allora tutti furono costretti a cercare fra quel che restava per terra un motivo di vita.
Noi siamo figli di quella tenacia simile a quella che si legge nei volti di chi cerca oggi tra gli stracci.
E conclude: alle Assise, come turisti dell’ultimo posto, mandate una foto di Porta Portese.
- E’ necessario che riscopriamo l’esperienza dell’incontro, come prassi ordinaria del fare politica e dell’amministrare, con le molte forme in cui è organizzata la società, come modalità feriale per mettere a disposizione competenze, risorse, responsabilità, per costruire progetti e dare risposte. Le nostre assemblee elettive votano delibere, ma non sono forse una risorsa per combinare le risposte anche l’attività dei Comitati, le iniziative e le manifestazioni di gruppi e movimenti giovanili, le assemblee degli studenti, la capillarità del volontariato?
- Mi piacerebbe infine appellarmi all’impegno di tutti per una modalità non sguaiata ma discreta e cordiale nell’affrontare i problemi, assieme alla volontà prioritaria di risolverli. Non è pensabile che ciò che dipende da noi non trovi soluzione, ma solo lanci di parole ed esasperazione. Che cosa ci impedisce di fare ciò che è alla nostra portata? Il passo successivo dovrebbe consistere nel farlo, non nel parlarne.
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