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PER IL PARTITO DEMOCRATICO
Teatro delle Celebrazioni - 7 maggio 2007
Con questa manifestazione ritengo di essere già al lavoro per “fare” il Partito Democratico, considerando alle spalle il tempo in cui abbiamo detto in tanti modi – i partiti con i loro Congressi – perché è bene, è necessario farlo. L’abbiamo già deciso. Ritengo che abbiamo a disposizione una grande opportunità, a cui partecipo con convinzione: mi dispiacerebbe che tra un po’ diventasse un condizionale “avremmo avuto l’opportunità” o un rimpianto “potevamo avere un’opportunità”.
Metto sul tavolo la mia fiducia, assieme al desiderio di verità e concretezza.
Tre questioni.
1) Fassino nella sua relazione al Congresso DS ha detto “ Proprio il carattere aperto, democratico, partecipativo che tutti auspichiamo, esclude un progetto chiavi in mano , prendere o lasciare ”.
Proprio così! Io vorrei che mettessimo in campo, prevedessimo il fattore “sorpresa” del percorso costitutivo, che può derivare fondamentalmente dal decidere come partiti di non rimanere di fatto gli unici sostanziali manovratori del progetto.
Facciamo attenzione perché lo si può essere – manovratori – anche non sembrandolo, anche in modo raffinato e velato, p.e. nelle regole che si stabiliscono, nelle condizioni che si richiedono per partecipare al processo. Il modo è decisivo.
Non blindiamoci, non invitiamo gli altri praticamente solo a vedere come risistemiamo le sedie nella casa nuova.
Quello del rapporto tra cittadini e sistema politico è un problema drammatico. Il consolidamento della democrazia – e quanto ancora oggi ce ne è bisogno! – passa da un’ampia assunzione di responsabilità verso la cosa pubblica attraverso una rinnovata partecipazione.
Se il nostro modo di fare politica, distintivo, esprime davvero la cultura e la mentalità del farsi carico, del sentirsi coinvolti, del sentirsi parte, non possiamo non favorire che tutto questo attecchisca il più ampiamente possibile e sia ampiamente esercitato. Promuoviamo partecipazione e non solo quella che abbiamo sotto controllo.
Andiamo a provocare l’attenzione e il coinvolgimento di qualche mondo vitale ( la scuola, le parrocchie, i lavoratori ).
Un partito nuovo senza recupero di partecipazione, di qualche profumo fresco che si avverta, di qualche nuovo protagonismo dei cittadini, sarà solo una foto di gruppo in cui il gruppo ha cambiato solo la posizione dei partecipanti ma che verrà subito derubricato al “già visto”.
E semmai avremo il coraggio di questa modalità, non releghiamola al rango del “bonus” della fase costituente, come specchietto per le allodole, ma assumiamola come stile di novità.
Uno stile nuovo nascerà anche dalla convinzione di dover fare alcuni “ autosacrifici” .
Se non è così, come? Se si continua a pensare che dovrà cambiare tutto, tranne me e il posto dove sono seduto, non vedo molti spazi. Per favore, non presentiamoci con le stesse fotografie, semplicemente restaurate.
Dunque, un grande messaggio al territorio di partecipazione vera, che il territorio possa prendere sul serio.
2) Uno degli argomenti più insistenti in questo dibattito è stato relativamente al senso e all’importanza della cultura plurale del P.D. , terreno di incontro tra culture diverse, di cui rispettare provenienze, visioni del mondo, storie e tradizioni.
Per non rimanere nel vago e nell’improduttivo o per non ridursi ad un assemblaggio di gruppi, è necessario trovare un asse culturale e identitario di tale pluralismo. Non credo che scaldi il cuore fare semplicemente l’elenco delle politiche comuni. E anche lo stesso ricorrente riferimento , come denominatore comune, all’unificazione dei riformismi, mi sembra, oltre che un po’ datato, ancora largamente insufficiente senza che rimettiamo a fuoco un orizzonte condiviso.
Dobbiamo tentare una nuova sintesi che sia attenta allo spessore attuale dei problemi in cui si dibatte oggi il nostro Paese e non solo.
Lo stesso aggettivo democratico del partito nuovo credo che ci possa aiutare a focalizzare alcuni nodi su cui fare scelte di campo senza tentennamenti.
- La politica: da riscattare. Come strada per realizzare il bene comune e l’universalità dei diritti. Se politica è solo potere, inteso come dominio sugli altri, allora non può essere che un’attività di pochi, merce rara da contendere in regimi di scarsità e quindi al massimo si può decidere chi lo deve esercitare questo potere, cioè il massimo del potere politico dei cittadini è una volta tanto andare a votare per dire chi. Ma se politica è riconosciuta e diventa ciò che ciascuno fa per gli altri, se valorizza non solo il potere delegato e concentrato, ma quello che è in ogni persona, che è poi la sua libertà, allora la politica ridiventa in qualche modo patrimonio di tutti. Questa politica riscattata alla quale tutti siamo chiamati riuscirà tra l’altro a mettere al centro la questione dei poveri, tutti quegli esclusi, quegli esuberi, quegli emarginati che più sono vittime del sistema politico modellato prevalentemente sulle compatibilità di mercato.
Io vorrei che questo partito nuovo fosse interessante e conveniente anche per i poveri, vorrei che i poveri lo scegliessero, lo votassero e lo sentissero loro.
- Il lavoro: da custodire e valorizzare. Come fondamento della nostra Repubblica e dimensione irrinunciabile della dignità delle persone. Se si assottiglia sempre di più il numero dei lavoratori che possono pensare di mettere su famiglia, di fare figli, di prendere un mutuo, perché non ha nessuna sicurezza del domani, c’è da chiedersi se oltre alla distruzione della serenità e della tranquillità dei lavoratori il sistema economico abbia come obiettivo la riduzione e la distruzione del lavoro stesso, considerato uno dei fattori più costosi del processo produttivo. Come non preoccuparci e quindi occuparci seriamente del divario ormai insostenibile tra una classe anche anagrafica di supertutelati e un’altra sottoposta a rapporti di lavoro così precari da essere del tutto incompatibili con la dignità e i compiti propri delle persone nei riguardi di loro stessi e della collettività? In primo piano dunque i diritti dei non garantiti.
- L’ambiente: da lasciare in eredità. Certamente abbiamo superato la stagione della rimozione e dell’indifferenza, adesso con il riconoscimento generale di un cambiamento climatico ormai previsto da tutti gli scienziati dobbiamo evitare atteggiamenti di allarmismo sterile che alimentano solo l’illusione di facili soluzioni. E’ indispensabile che facciamo della sostenibilità la regola del nostro agire e non semplicemente un ritocco estetico che però non incide nelle nostre politiche reali. Disponiamoci a un profondo ripensamento degli equilibri delle nostre società, sapendo che gli equilibri ambientali nel nostro territorio e nel pianeta intero sono condizione necessaria per mantenere gli equilibri sociali. Le politiche che adotteremo in particolare per la conservazione dell’acqua e per la gestione e produzione dei rifiuti nel nostro territorio e nel pianeta, qualificheranno il nostro agire politico agli occhi dei giovani di oggi e delle future generazioni. Bisogna mettere subito il segno meno davanti al nostro attuale consumo di acqua ed alla nostra attuale produzione di rifiuti.
3) Democrazia e laicità. Se guardiamo sia la storia della vita democratica del nostro Paese sia la vicenda attuale di tanti Paesi del mondo, rileviamo come la democrazia stenti a inserirsi e a fiorire dove non sono riconosciute e attuate certe verità fondamentali sull’uomo, non è riconosciuto e praticato il senso della dignità della persona.
C’è un rapporto stretto tra democrazia e verità: se la democrazia non fa riferimento a valori non solo riconosciuti ma attivati, le scelte rischiano di essere semplicemente frutto del numero – fino ad essere la legge del più forte – o dell’emotività irrazionale. Questo tipo di democrazia solo formale, ridotta a metodo apre la strada alla tirannide. Non basta la maggioranza per garantire la democrazia.
E’ necessario che la democrazia esprima le esigenze di verità sull’uomo e sulla società: i Padri costituenti sono stati maestri nel servire questa prospettiva e nel tradurla nei principi fondamentali della Costituzione in cui tutti si sono riconosciuti, senza dover rinunciare a nulla del patrimonio identitario di ciascuno. E’ necessario oggi ripercorrere quella strada. E’ proprio la complessità dei problemi odierni che richiede uno sforzo e un impegno straordinari per trovare riferimenti comuni riconosciuti che diventino il criterio delle nostre scelte, la base della nostra libertà e la condizione per l’esercizio di una autentica laicità. Questo ci permetterà di superare l’imbarbarimento della discussione di questi anni che ha sempre più pensato a barricarsi dietro le parole d’ordine, al dileggio reciproco, alla fiera degli individualismi, anziché dedicarsi alla ricerca comune di risposte vere, nella libertà e nella responsabilità.
Questo è un grande nodo che il P.D. non potrà eludere, il vero spartiacque di novità su cui potremo schiantarci o dimostrare di essere un soggetto nuovo di grande qualità, in una democrazia sostanziale.
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