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P.D. Assemblea territoriale provinciale

24 maggio 2008

Dalla situazione attuale un’opportunità

- sconfitta elettorale nazionale
- capacità P.D. di modificare quadro politico semplificandolo
- amministrative 2009

Per cogliere l’opportunità il P.D. deve irrobustirsi occupandosi di questo territorio, che vogliamo continuare a governare con la responsabilità di chi vuole veramente prendersi sulle spalle questo onere. La cosa più preziosa che abbiamo: cittadini/comunità. Come cittadini tra cittadini, come amministratori conosciamo questo territorio: storia, potenzialità, inquietudini, risorse, allarmi. Ci sono legami forti in questo territorio che ci fanno dire “Noi”, ma con un legame altrettanto forte e di responsabilità nei confronti del Paese. Ci interessa ancora senza trionfalismi essere in grado di dare un contributo al Paese.

Allora bisogna che ci applichiamo primariamente al programma di governo di questo territorio, che ovviamente non parte da zero, perché stiamo governando. Quale città? Quale territorio?
Ho ritrovato nell’ultimo discorso del cardinal Martini nella sede del Comune di Milano, prima del commiato dalla città, nel 2002, un passaggio bellissimo che dà la definizione di città. “La città è un patrimonio dell’umanità. Essa è stata creata e sussiste per tenere a riparo la pienezza di umanità da due pericoli contrari e dissolutivi. Il primo, quello del nomadismo, cioè della de – situazione che disperde l’uomo togliendogli un centro di identità. L’altro pericolo è quello della chiusura nel clan, che lo identifica ma lo isterilisce dentro le pareti del noto. La città, invece, è luogo di una identità che si ricostruisce continuamente a partire dal nuovo, dal diverso e la sua natura incarna il coordinamento delle due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell’uomo, la fatica dell’apertura e la dolcezza del riconoscimento. Ambrogio le caratterizzava secondo la nota formula: cercare sempre il nuovo e custodire ciò che si è conseguito”.
Rileggerei dentro a questa prospettiva alcune questione calde:
- la sicurezza a una sola definizione. Non c’è dubbio che incolumità e più generalmente i diritti che hanno a che fare con lo svolgimento naturale e normale del quotidiano di ciascuno sono un a priori fuori discussione. Bisogna essere assolutamente rigorosi ed efficaci. Ma è altrettanto fuori di dubbio che la sicurezza a una sola definizione è stretta e distorta. E’ una definizione che isola e gioca con termini di guerra (presidio, tutela, minaccia, difesa).
Recuperare una accezione più larga, le tante sfaccettature della sicurezza. In passato essere sicuri aveva un significato un po’ più ampio e diverso. Per esempio voleva dire non avere dubbi, guardare avanti senza timore, sentirsi bene adesso e per il futuro. Per cui per rispondere a questa idea di sicurezza in senso più lato era necessario mettere in moto la capacità di prevedere, di stare in relazione con gli altri, di essere tutelati e tutelarsi dai diversi rischi, vicini e lontani, ma insieme. I cittadini ci fanno capire che intendono per sicurezza anche qualcos’altro, l’andamento e l’esito complessivo e largo delle vicende di ciascuno, di chi ci è caro.....

Altre questioni. Per esempio lo sviluppo. E’ urgente non tanto sottrarre quantità allo sviluppo quanto aggiungere qualità. Puntando su un’economia dell’equilibrio che abbandoni l’economia della distruzione, perché non ci sono molte cose che durano per sempre. Puntando sulla cooperazione, sulla coesione perché solo la consapevolezza dell’interesse comune consente di soddisfare al meglio gli interessi individuali. Infine la terza dimensione di una società sana, cioè la trascendenza, il bisogno di dare un senso alla vita della società (che è importante come la sicurezza fisica e sociale): è lo spazio in cui coltivare il sapere disinteressato, su cui investire, come in epoche illuminate della nostra storia, perché è questa dimensione che può dare il senso direttivo all’economia e alla coesione sociale.

Abbiamo il dovere e le risorse per formulare questo programma per il territorio. Da proporre e da difendere perché siamo convinti delle ragioni, delle possibilità, e soprattutto della responsabilità di attuarlo e quindi di governare. Interroghiamoci sulla nostra capacità di dare risposta a ciò che i cittadini ci hanno chiesto a gran voce col loro voto: amministrazione efficiente e sobria, riduzione della spesa pubblica e dunque capacità dell’amministrazione di selezionare i propri ambiti di intervento e delegarne altri (sussidiarietà), capacità di definire scelte attraverso processi realmente partecipativi e poi di perseguirle senza eterni ripensamenti.
Alcune sfide per il nostro territorio: infrastrutture per una mobilità sostenibile, la questione dell’energia con l’esito di promuovere le rinnovabili senza esitazioni (inevitabili quando si tratta una materia nuova), la capacità dei territori di essere protagonisti di una gestione responsabile dei beni ambientali (acqua, rifiuti, espansione urbanistica e consumo del territorio...). Un welfare che difende i diritti acquisiti, che non chiude possibilità di accesso quanto regola piuttosto le modalità di utilizzo.
Queste sono le pregiudiziali e le offerte per andare insieme ad altri in alleanza. Non si tratta di prendere o lasciare ( non sarebbe dignitoso per nessuno ) ma di arricchire – in una corresponsabilità di governo fuori discussione – quelle prospettive, quelle finalità. Non ci si può aprioristicamente obbligare all’accettazione né al rifiuto di alleanze. Ripartire dal programma non dev’essere retorica. La sfida è la nostra capacità di elaborare programmi veri, definiti, concreti, che vincolino gli eventuali contraenti ad un lavoro comune senza margini di scappatoia. La politica purtroppo è spesso maestra nel risolvere i nodi coi bizantinismi.

Con rispetto per questa fine – legislatura. Se l’Unione è superata e non appartiene al futuro, non sono superate le ragioni che ci hanno consegnato gli elettori nel 2004 in termini di contenuti e di compagnia. Tutta la compagnia, nessuno escluso è tenuta a onorare quegli impegni: ognuno poi risponderà per le opere e per le...omissioni anche nel 2009. Un programma che stiamo onorando e questo ultimo anno di mandato è importante: e abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ci vuole concentrazione per farle.

Ovviamente non ci è dato di sapere ora con chi andremo nel 2009, ma non c’è dubbio che comunque, con qualsiasi formazione, per chi governa l’impegno e la responsabilità di tessere, di costruire consenso, di colmare distanze è sostanza e non optional di questa responsabilità. La conflittualità rallenta qualunque risultato, oltre a mettere a dura prova legami, relazioni, patti non scritti.

Auspico che “battano pari” Comune e Provincia, in quanto ad alleanze. Non posso non usare un certo strabismo anche per considerare tuttavia i rapporti fondamentali che dovranno esserci tra Provincia e tutto il territorio (degli altri 59 Comuni). Cittadini metropolitani, integrazione di soggetti, di politiche, di azioni... Dobbiamo esercitare una libertà responsabile.

Riguardo alle regole (primarie). Un riferimento esistente: Statuto nazionale (non conosco il lavoro a livello regionale). Art. 18: lineari e chiare le possibilità. Non irrigidiamoci. Le possibilità democratiche si possono esplorare e praticare. Le regole ci sono anche per far stare insieme ciò che è legittimamente diverso. L’unanimità non è più democratica delle diversità che trovano una composizione secondo le regole. Le primarie devono essere una reale occasione di assunzione di responsabilità. Le primarie siano un’occasione di elaborazione e confronto e, se si fanno, devono essere vere: non abbiamo bisogno di primariette.





 






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