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CONFERENZA PROGRAMMATICA MARGHERITA -BOLOGNA CENTRALE: IDEE E PROGETTI PER BOLOGNA E LA SUA AREA METROPOLITANA
12 dicembre 2006
Buonasera a tutti,
sono molto contenta che il mio partito abbia organizzato un convegno su Bologna, sul suo territorio, sulla centralità che dovrebbe avere, e non sempre ha, nel contesto regionale. La centralità del territorio bolognese è uno dei temi principali dentro ad una più ampia discussione sul ruolo dell’Emilia Romagna nello sviluppo del sistema Paese. Una centralità che confermi e sviluppi l’idea di policentrismo regionale, ma che non produca competizioni interne che comprometterebbero l’obiettivo più generale. Nello sviluppo di un sistema regionale in un più ampio sistema Paese, deve essere riconosciuto e valorizzato il ruolo di capitale territoriale di Bologna.
Riflettere su “come”, insieme ad interlocutori importanti come quelli che vedo presenti in sala è un ottimo modo di affrontare la questione e una occasione per lanciare lo sguardo un po’ più in là, al di fuori dalle polemiche quotidiane e dalle questioni più contingenti. Farlo partendo dai temi e non dalla astrattezza su cui troppo spesso ci si concentra è un altro motivo di interesse di questa iniziativa.
Il tema della centralità di Bologna in realtà non è nuovo. Da anni si ragiona intorno alla necessità di trovare forme anche e non solo istituzionali, per fare di Bologna un chiaro fulcro del sistema regionale. Se non è nuovo, ha oggi motivi di maggior interesse e di assoluta urgenza.
Ciò che è cambiato e sta cambiando chiede sempre più di fare insieme, di affrontare le sfide come comunità territoriale variegata nei ruoli e nei compiti ma con obiettivi comuni, condivisi. Non è più sostenibile, da nessun punto di vista, l’idea delle istituzioni pubbliche come unici soggetti chiamati a governare un territorio. La complessità e la pluralità delle domande che da esso giungono hanno bisogno di una pluralità di soggetti, che, dentro ai rispettivi ruoli e competenze, si prendano cura di questo territorio e della sua voglia di futuro. E bisogna farlo subito. Il consuntivo di metà mandato è una occasione importante in cui le amministrazioni fanno il punto delle cose realizzate e rilanciano un impegno per il futuro facendosi carico delle novità e dei cambiamenti intervenuti. Siamo giusto a metà strada tra il 2004 e il 2009.
Ci sono già alcune somme da tirare su quanto realizzato e linee e operatività da precisare in vista della conclusione del mandato.
Non posso negare una discreta soddisfazione. Ma è proprio alla luce del programma che ci siamo dati per questi 5 anni, della lettura dei passi compiuti e della situazione complessiva attuale che si è consolidata in me una convinzione molto forte: adesso, su alcuni fronti è assolutamente necessario stringere, per realizzare alcune opportunità indispensabili affinché il “Sistema–Bologna” riscriva e definisca quel suo profilo di eccellenza nel Paese, a cui la rendita di posizione può garantire ormai ben poco.
Bologna è a una svolta: come la si vive e la si governa e il suo esito sono decisivi per gli anni a venire. Mi sembra che la determinazione attorno ad alcuni obiettivi chiari e fondamentali, assieme all’umiltà che viene dalla consapevolezza di essersi anche un pò distratti e dispersi sia ciò che adesso ci viene richiesto con grande urgenza. Parliamo di scelte non rinviabili, da compiere adesso, o il treno potrebbe non passare più.
Se dovessi usare un’espressione sintetica direi: è necessario che ci concentriamo davvero su di noi, senza chiuderci cioè nella promozione del nostro territorio attraverso scelte chiare e condivise assumiamo la dimensione piena di prospettive globali che tengano insieme qui e per il futuro sviluppo ed equità. Prospettive concrete, misurabili su cui concentrare l’impegno di tanti. Esperienze di questo genere ci sono già in realtà e vanno sostenute e rilanciate. Un esempio. Da alcuni mesi, come Ufficio di Presidenza della Conferenza Metropolitana abbiamo individuato insieme alle Organizzazioni Sindacali e alle Organizzazioni economico-imprenditoriali, una modalità di confronto per condividere obiettivi e azioni da realizzare sul territorio, attivando la specificità del contributo di ciascun soggetto. Non fumosi accordi, ma concreti progetti con compiti e ruoli definiti. Un’esperienza appena cominciata ma che sembra dare dare da subito interessanti risultati. La formula è abbastanza semplice: coordinare soggetti, ognuno portatore di interessi e di specificità, su obiettivi che ad un tempo favoriscano un livello sempre maggiore di giustizia e di coesione sociale e la promozione di opportunità di sviluppo.
Si sono individuati filoni interessanti e importanti e si sono per ora raggiunte condivisioni significative in ambiti quali le politiche per la casa (con l’istituzione dell’Agenzia Metropolitana Affitto) e la formazione. Altri ambiti, altri progetti verranno presto individuati.
A motivare questa dinamica virtuosa non vi è solo la situazione oggettiva delle finanze degli Enti Locali che segna, e non da adesso, il tramonto di una presunta autosufficienza delle amministrazioni pubbliche nella risposta alle attese dei cittadini.
In questa esperienza vi è il tentativo di ritrovare il senso di una prospettiva di coprogettazione e di costruzione corresponsabile di risposte per il territorio tra pubblico e privato. Un’ esperienza non nuova per questo territorio, fucina di grandi imprenditorialità capaci di stringere insieme ai soggetti pubblici patti per lo sviluppo.Tuttavia negli ultimi anni è parsa un po’ dimenticata o attuata solamente di fronte all’urgenza delle situazioni. Credo invece che questa sia una buona prassi che deve perseguire strutturalmente e non nell’emergenza una modalità di presenza e di servizio che sa tenere e valorizzare le molteplici risorse, competenze e opportunità, dentro a obiettivi di qualità e di giustizia per tutti,
Ma la centralità di Bologna e del suo territorio passa anche da un processo di definizione istituzionale delle sue prerogative, delle sue specificità, delle sue competenze. La convinzione radicata della necessità di fare sistema, l’esperienza maturata di messa in comune di servizi in territori omogenei, la convinzione che le sfide cui è chiamato il nostro territorio non si vincono curando ognuno il proprio pezzo di territorio debbono trovare ora strumenti adeguati dal punto di vista istituzionale. Da un’esperienza collaudata ultradecennale di governo metropolitano volontario, dalle prospettive ampiamente condivise di andare verso la città metropolitana, occorre che intercettiamo con rigore e serietà il cammino che si va delineando a livello nazionale. La permanenza di Bologna nell’elenco delle città destinate a diventare metropolitane, il lavoro in atto nel Governo per una definizione del Codice delle Autonomie Locali che dia piena attuazione dell’art. 117 così come novato dalla recente riforma del titolo V della nostra Carta Costituzionale, deve sollecitarci a bandire ogni esercizio fantasioso di ingegneria istituzionale e ogni ricorso a slogan assolutamente inadeguati alla complessità della vicenda e ad assumere piuttosto un atteggiamento responsabile di coerente compartecipazione alla realizzazione di un progetto rispettoso di identità, di storie e di esperienze.
Al 2009 occorre che arriviamo con un punto condiviso di “atterraggio” circa la prospettive per l’area metropolitana bolognese. Riterrei una iattura trascinare in un altro mandato il tema della Città Metropolitana ancora nella veste di argomento o di ipotesi da esplorare.
Abbiamo condiviso che un territorio che ambisca ad una centralità non solo geografica all’interno del sistema regionale deve compiere scelte strategiche, scelte in grado di aprire la scatola delle opportunità, prima fra tutte quella di garantire una vita di qualità alle cittadine e ai cittadini.
Fra queste priorità per Bologna vi è certamente quella di una efficace intervento in ambito infrastrutturale teso ad un miglioramento della mobilità, sempre più fattore decisivo di sviluppo.
Bologna non può continuare ad assolvere al proprio ruolo di snodo strategico nazionale dei trasporti senza quelle opere fondamentali costituite, in primis, dal Passante Nord e dal S.F.M.
E’ necessario che si dia esecuzione agli accordi già intercorsi e che la Regione definisca un quadro certo delle opere necessarie all’E.R. indicando ruolo gerarchico e funzionale: un piano complessivo delle opere di cui questa Regione ha bisogno, che guardi al futuro e concordato tra le istituzioni, è la condizione necessaria per perseguire quello sviluppo qualificato per cui ci siamo impegnati con i cittadini. Solo dentro ad una idea complessiva di utilizzo e valorizzazione del territorio si potranno compiere scelte di priorità che in un contesto in cui le risorse pubbliche sono assai scarse risultano decisive. In questo quadro di governo condiviso del territorio si costruisce anche un rapporto forte e dialettico con il Governo nazionale, al di fuori di ogni piagnisteo, di ogni rivendicazione di riconoscimento sic et simpliciter. Un rapporto fondamentale per una politica della mobilità condivisa e di largo respiro e dunque per lo sviluppo di questo territorio.
In questo sforzo di sinergia per migliorare la qualità della vita delle persone e delle comunità, dobbiamo affrontare decisamente alcune dure contraddizioni presenti nel vivere comune attuale.
C’è una categoria, che sbrigativamente si potrebbe definire degli “esuberi”, che sta ad indicare ormai una grande quantità di uomini e donne che sono di fatto fuori mercato.
Esuberi sono non solo i lavoratori espulsi dalle aziende, ma anche in senso traslato tutti quelli che sono di troppo rispetto alle compatibilità di mercato: gli anziani che hanno il torto di morire troppo tardi e gravano sui costi, i bambini che intralciano gli obiettivi del lavoro, le popolazioni del 3° mondo, eccedente rispetto alle risorse disponibili
I diritti però sono un’altra cosa perchè i diritti sono universali. Alla politica e anche all’amministrazione tocca di realizzare l’universalità dei diritti. La politica non può produrre esuberi ed esclusioni: se lo fa nega l’universalità dei diritti.
Non si possono declassare i diritti a interessi (alla salute, al lavoro, all’ istruzione, alla pensione). Il loro soddisfacimento non può dipendere unicamente dalle compatibilità di mercato.
Questi diritti diventano impolitici, cioè ideali o aspirazioni e quindi impossibili, se non tornano davvero all’ordine del giorno della politica.
Se ci appiattiamo sulle compatibilità del mercato non facciamo altro che fissare la povertà e l’esclusione e produrre l’impoverimento programmato di interi settori sociali.
Ma se si vuole davvero che i diritti di tutti siano centro e contenuto della politica, non è possibile che il potere politico dei cittadini consista esclusivamente nell’andare periodicamente alle urne per dire chi deve esercitare quel potere. La politica non può valorizzare solo il potere delegato o concentrato, ma anche quello che è innato in ogni persona, che è poi la sua libertà. Solo così la politica diventa nuovamente in qualche modo patrimonio di tutti. Occorre difendersi da questa crescente spoliticizzazione della società che affida più o meno consapevolmente a pochi la regolamentazione di interessi che producono scarti, eccedenze, esclusioni ed esuberi.
La partecipazione è l’ingrediente fondamentale per questa idea di sistema di successo che abbiamo in mente.
Partecipazione è anche l’antidoto ad un modo improprio di relazionarsi con i cittadini. Vorrei che la qualità e la nobiltà di ciò di cui ci occupiamo in particolare come amministratori – del bene comune, delle cose di tutti, di questo territorio da far crescere e migliorare, delle relazioni tra le persone – trovassero espressione coerente ed adeguata nel garbo e nella sobrietà dell’approccio e della comunicazione rispetto alle varie questioni.
Approccio e comunicazione che avvicinino e non respingano i cittadini, che non si compiacciano prevalentemente del gusto del retrobottega, che preferiscano la soluzione dei problemi piuttosto che la loro esplosione e radicalizzazione, che mirino a costruire, piuttosto che a destrutturare e sfasciare. Penso che sia possibile. A volte basta volerlo.
In questi giorni stiamo celebrando i 10 anni della morte di Giuseppe Dossetti.
Mi ha colpito rileggere un punto dei fondamenti del libro bianco:
“Qualsiasi programma di rianimazione e di sviluppo della città sul piano economico, non meno che sul piano culturale, deve prima dire che cosa può e deve essere fatto per liberare e rinvigorire la personalità morale della città”.
Mi sembra che a questo possiamo contribuire come amministratori e responsabili della cosa pubblica anche attraverso l’esercizio di uno stile di umanità che cerca di evitare cedimenti alla dignità propria e degli altri. Grazie.
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