
25/4/2010 - 65° Anniversario della liberazione
In questa giornata, il 25 aprile, si viene in piazza, nelle piazze del nostro Paese, per attingere alle radici del nostro futuro comune.
Facciamo bene a venire, facciamo bene anche ad accompagnare i più giovani, i più piccoli. E' necessario infatti ricordare tra noi e raccontare anche a loro, perché abbiamo il debito di riconsegnare ad ogni generazione il senso, l'impegno, la progettualità che sono contenuti in quei fatti che si allontanano, perché niente è dato una volta per sempre.
Ciò che si evoca oggi è il punto di arrivo di una vicenda tremenda: la fine di una guerra senza precedenti nella storia dell'umanità.
Il nazismo, con il suo disegno folle di instaurare un nuovo ordine, violò ogni regola di convivenza e, instaurando un “sistema di male”, praticò una violenza senza limiti: milioni di uomini, donne, bambini, in particolare ebrei, furono scientificamente eliminati.
Il movimento di resistenza di dimensione europea conobbe nel nostro Paese un'altissima partecipazione: oltre 250.000 combattenti, assieme all'attiva quotidiana solidarietà di molti Italiani, in una vicenda grande e drammatica che registrò anche la lotta armata tra Italiani, fra i resistenti e quelli che accettarono di collaborare con il governo fascista di Salò.
La vittoria degli anglo-americani e della Resistenza italiana, il 25 aprile '45, concluse questo immenso dramma: il 25 aprile è la fine di una tragedia e l'avvio della ricostruzione della democrazia, è il momento fondativo di cittadinanza democratica e della nostra identità nazionale.
Noi abbiamo bisogno di resistere all'oblio, all'appannamento della memoria. Abbiamo bisogno in ogni tempo che gli elementi qualificanti delle vicende che celebriamo rimangano dimensioni, scelte e azioni della nostra vita personale e comunitaria.
Non ci si può limitare a portare fiori a lapidi e monumenti.
La liberazione che festeggiamo oggi o continua ad aprirci alla cultura della liberazione, come obiettivo che abbiamo sempre davanti, di ogni persona - dalla paura, dall'oppressione, dalla miseria, dalla ingiustizia - o siamo destinati a ritornare indietro, perché ogni uomo, ogni popolo in ogni tempo deve fare la sua lotta, attivare la sua resistenza per rimanere libero e condividere libertà.
Il frutto più prezioso nato da quella stagione, frutto a caro prezzo, è sicuramente la democrazia.
Le generazioni nate dopo la guerra e soprattutto le giovani generazioni di oggi, non avendo conosciuto altro sistema nel nostro Paese, maneggiano spesso disinvoltamente questa dimensione del vivere comune, la democrazia appunto, la danno per acquisita, ritengono che si alimenti da sola, come una macchina che messa in moto non si spegne più e che niente può intaccare.
Preoccupa perciò la crescita nel nostro Paese dell'indifferenza politica, certo supportata anche da comportamenti spesso ingiusti e inadeguati di chi ha responsabilità pubbliche e da una vita politica che per lo più non riesce a trasmettere nulla di attraente e di convincente.
Malgrado ciò, nella convinzione che nessuno mai dovrebbe coltivare e giustificare la sua personale indifferenza alla cosa pubblica, non sono sufficienti buone regole ma sono necessari anche donne e uomini buoni.
Credo che ci faccia bene oggi riascoltare alcuni passaggi del discorso di A. Gramsci agli indifferenti.
“....L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?...
Gli indifferenti... mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto....”
Questo appello è datato al febbraio 1917. Un altro analogo risuona in una lettera di uno dei tanti condannati a morte della Resistenza tra il ‘43 e il ‘45. E' un giovane diciannovenne, Giacomo Ulivi, che scrivendo agli amici, dice “... Credetemi, la “cosa pubblica” è noi stessi....E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della “cosa pubblica”, finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare che con calma, cominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!”
Aprirci alla cultura della responsabilità, alla cultura della liberazione.
E' un campo di lavoro sempre aperto, in cui seppellire l'indifferenza e mettere mano a germi di speranza e di futuro.
Le azioni di liberazione per il mantenimento della democrazia sono molteplici e tanto più urgenti quanto più disattese e ferite.
Innanzitutto la cura delle persone, perché crescano e si esprimano nella loro dimensione di originalità e di unicità. Un popolo non è una massa informe, è una comunità che è viva per le risorse, le potenzialità, i valori di ciascuno. La resistenza all'omologazione e all'ammasso è un imperativo di civiltà e di cittadinanza. E' necessario sottrarsi alla tirannia delle banalità, lasciarsi interrogare nel profondo, conservare e alimentare l'intelligenza. Un popolo non nasce semplicemente dalla coesistenza spaziale di un gruppo di persone o da una comune attività economica, ma nasce e cresce da una comunità di coscienze.
Non temiamo di investire in giovani protagonisti colti, lucidi e propositivi.
E poi servono passione e progettualità per promuovere ideali e programmi che rinnovino il collante e il gusto dello stare insieme, la condizione necessaria della vita democratica.
Passione e progettualità per rivivere quel patriottismo costituzionale che resiste e si consolida se le idee forza della Costituzione sono radicate nello spirito collettivo e nella cultura diffusa del Paese.
Oggi dobbiamo fare i conti con una situazione molto seria che ci riguarda e riconoscerla coraggiosamente.
Nel tempo, dopo oltre 60 anni, la Costituzione sta entrando in conflitto con il sentire comune. Il problema non è la Costituzione, il problema siamo noi. Il costituzionalismo non si regge su concezioni formali della Costituzione, ma presuppone dei contenuti precisi. La dignità della persona, il riconoscimento e la garanzia oggettiva dei diritti civili, politici e sociali; l'uguaglianza delle persone in dignità e diritti, il riconoscimento delle autonomie sociali, l'affermazione dei doveri di solidarietà, il superamento dell'idea di una sovranità illimitata dello Stato, sia all'interno sia all'esterno, con la ricerca di un ordine internazionale di collaborazione, di pace, di giustizia e di rispetto universale dei diritti umani.
All'indebolimento della coscienza costituzionale, progressivamente e magari insensibilmente, si accompagna un indebolimento delle radici di queste convinzioni nella società, visibile nelle scelte, nell'agire quotidiano, nel pensiero diffuso, una nebbia che sale e che addormenta la nostra vigilanza, inducendoci ad essere acquiescenti e per questo corresponsabili.
Nella prospettiva della liberazione, la nostra attuale necessaria resistenza passa attraverso il rinnovato investimento in una vita collettiva che consola e che unisce, perché l'impegno di ciascuno, per la responsabilità che ha, tenda a rendere vero e concreto il compito della Repubblica di rimuovere (art. 3 Costituzione) gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona e la sua effettiva partecipazione.
E' la nostra resistenza normale, quotidiana, pacifica che rende davvero forti e capaci di reggere ogni circostanza avversa, quella resistenza che nel quotidiano svolgimento del proprio dovere lotta contro l'ingiustizia e si prende cura delle persone: un'attuale resistenza civile, la cui efficacia dimostra come in quegli anni lontani, che la guerra non si fa solo con le armi e che la politica non è solo quella istituzionalizzata.
E' l'esperienza della democrazia, non solo delegata alla politica e alle istituzioni, democrazia come dimensione assunta e praticata nella vita personale e comunitaria, in rinnovati luoghi di partecipazione.
Non troppo lontano dalla città di Bologna, alcune gloriose comunità furono vittime di uno dei più efferati eccidi nazisti: Casaglia, Cerpiano, San Martino. Un mondo piccolo, ma vivace, coeso e solidale. Anziani, protagonisti della vita della comunità religiosa, sociale e politica, giovani, ragazze coraggiose con uno stile di gratuità e di sacrificio, le donne che sostituiscono gli uomini che sono al fronte e diventano protagoniste nei lavori, nella guida delle famiglie, nell'assistenza, i partigiani. Il soggetto della loro storia raccontata in “Le querce di Monte Sole” di Luciano Gherardi è “la comunità nel suo insieme: la gente umile e inerme, che trema come una foglia, ma reagisce in modo splendido”.
Nell'uscire dalle piazze dei nostri Comuni, oggi, abbiamo il dovere, nei confronti sia di quelli che hanno dato la vita perché fossimo e restassimo un popolo libero, sia dei più piccoli che teniamo per mano e che si affidano fiduciosi a noi adulti, abbiamo il dovere di riprendere e di tenere nelle nostre mani, nessuno escluso, il coraggio e la responsabilità della costruzione del nostro futuro comune.
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